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Il risultato è un fumetto poco convenzionale e volutamente fuori fuoco, in cui De Crécy riversa pensieri, impressioni e critiche verso sé stesso. Si merita più di una lettura giusto per non farsi scappare nulla ed entrare meglio nei pensieri dell’autore. Io sono fermo ancora alla prima, ci si risente più avanti con una recensione più approfondita. Il 26 luglio 2017 su Instagram ho scritto queste righe. Ma ora quello che stai scrivendo in questo momento ti sembra avere l’aspetto di una recensione più approfondita? Sei ridicolo. Torno agli appunti. Il primo di settembre una mia nota sullo smartphone – uno Huawei P8 Lite che ho abbandonato quest’anno – recita così: De Crécy si racconta con eccessiva e compiaciuta severità. Non mi fido di quella frase. Le belle frasi vogliono avere sempre ragione, proprio come questa. Perché scrivo così? Hai ormai un’età in cui non dovresti più subire il fascino della frase che gira bene. Stai attento al contenuto, poi guarda la sua forma. Stacco un attimo, concentrati. Risveglio quella sensazione, la rimetto alla prova del tempo. A Diario di un fantasma, composto da due carnet de voyage ambientati uno in Giappone e l’altro in Brasile, manca forse la volontà di raccontare davvero i luoghi e le persone, l’anima di un luogo. Frase un po’ da cartolina. Rivedere. E mi sembra strano che sia proprio De Crécy a commettere questo passo falso, uno che attorno alle architetture anche spirituali delle città ci ha costruito sopra una carriera e una poetica. Diario di un fantasma mi ha dato l’impressione di un libro svogliato e irrisolto, un lavoro su commissione portato a termine senza alcuna profonda motivazione nonostante i temi fossero tutti presenti nel suo immaginario. C’è un altro mio commento del giorno 24 ottobre 2017 che mi rimane impresso. Lapidario scrivo a un collega questa frase: Lo rileggerò sicuramente ancora, ma davvero, è tutto talmente in superficie che mi pare davvero difficile pensare alla sola esistenza di qualcosa di più profondo. NO. No no no no. Stacco l’autofocus. Lo disattivo, lo scollego, lo metto fuori uso. So che quello quando meno me lo aspetto si riattiverà, ma tengo d’occhio il led lampeggiante. Appena lo vedo rischiaccio il pulsante. Nessun sesto senso, nessun GPS che mi guida in territori critici già battuti. Quello è il mondo delle prime sensazioni, dei commenti a caldo, della risposta automatica a una lettura automatica. Disattivo tutto e mi rimetto a rileggere il fumetto. Quattro volte. Nove volte. Non cambio opinione come non si sposta di un millimetro il sentore che qualcosa continui a sfuggirmi. Ho un’immagine in testa: Diario di un fantasma sullo scaffale dei libri in lettura. In tre anni il libro si sposta a destra e a sinistra, a volte lo ritrovo sopra gli altri libri. Viene estratto e abbandonato in una regione nuova dello scaffale. Conosce altri libri, li tocca per qualche tempo ma poi questi trovano posto nella libreria. Letti, riletti, pensati, scritti, archiviati. Lui continua ad abitare quello scaffale proprio come un fantasma. La sua presenza mi inquieta. Non mi vuole abbandonare. Riascolto la mia voce del 2018 e mi scopro parlare della vacanza da cui sono appena tornato. I parenti e gli amici mi ascoltano, ma mi ascolto anche io. Sono uno stronzo. Uno di quelli che in quindici giorni pensa di aver capito tutto del luogo in cui è stato ospite. Con la mia esperienza posso risolverne i mille problemi ma anche essere rappresentante di tutto ciò che di bello c’è in quei luoghi. Mi correggo: tutto quello che di bello ho scoperto grazie al mio sguardo allenato. Esco un attimo dal mio corpo per guardarmi dall’esterno: sembro uno proprio stronzo, non ho dubbi. Smettila subito e non farlo mai più. Stai a vedere che anche De Crécy si è sentito stronzo quando gli hanno chiesto di raccontare un paese guardandolo velocemente dal finestrino di un’auto. Davvero le sue illustrazioni sono tanto diverse dalle fotografie di un turista? Il libro ha un lenzuolo, De Crécy che riflette sul suo modo di fare arte, che copre uno spirito, l’impossibilità dell’arte di farsi traduttrice di una realtà che sia diversa da quella interiore dell’autore. Non si può raccontare un luogo ma sempre e solo sé stessi. Io sono la città che abito da sempre ma anche quella che visito per qualche ora. Nella narrazione occidentale il luogo è un riflesso dell’uomo…super antropocene, approfondisci! Il primo capitolo è la storia di un’idea la cui missione è prendere forma e corpo attorno al comune sentire giapponese. Dovrebbe cercare non solo di cogliere l’essenza del Paese, ma trasformarsi in essa e rappresentarla per vendere un prodotto. Il fantasma si angoscia dell’impossibilità di trovare una sintesi grafica in cui raccogliere tutti gli stimoli ricevuti, tant’è che sull’aereo nel viaggio di ritorno che non è altro che un sacco informe pieno di mostriciattoli tanto ricco di informazioni quanto incapace di rielaborarle, del farsi interprete di quell’autenticità di cui va alla ricerca ogni artista che deve raccontare qualcosa o qualcuno di reale. Gli viene in aiuto lo stesso De Crécy, o meglio, una sua versione caricaturale ed eccessivamente cinica e spietata nei confronti di sé stesso e della propria arte. D’altronde a uno sguardo innocente deve sempre contrapporsi un’analisi crudele, e infatti è proprio attorno a questo contrasto che De Crécy costruisce l’intero impianto narrativo del suo libro. Rileggo e mi scontro senza speranza di abituarmici con quello che ritenevo il problema più grande di Diario di un fantasma, una sorta di disequilibrio tra i capitoli dovuto principalmente al carattere interlocutorio della narrazione. Che sono tutte quelle parole? È questo che mi fa strano di Diario di un fantasma, ciò che ha fatto aumentare la mia diffidenza nei suoi confronti. Non che i libri precedenti dell’autore non avessero lunghe parti dialogate, ma era comunque il disegno a farsi narrazione, non il dialogo. Questa è tagliata un po’ di grosso, devo sfinarla. Non è vero perché la parola in De Crécy è importante, anche se quasi sempre come bugia contrapposta alla verità dell’immagine. Qui è l’esatto contrario. Sin dalle prime pagine capisco che saranno principalmente le parole a guidarci nella storia e a portare a galla i temi. Nel primo capitolo dedicato al viaggio giapponese De Crécy riesce a trovare un equilibrio interno che, pur pendendo dalla parte verbale, riesce a dare spazio ai disegni che si ritagliano a fatica un ruolo da co-protagonisti, con la bella sequenza delle gocce di pioggia, per esempio. Ma sto secondo capitolo brasiliano che disastro è? De Crécy mette il disegno in secondo piano, facendolo regredire a semplici illustrazioni didascaliche. Non è altro che uno sketchbook da viaggio pregno della presunzione di riuscire a cogliere la natura di un luogo e la sua poesia, tramite uno sguardo fugace e un disegno fatto in fretta e furia. I suoi pensieri e le sue riflessioni sono tutte destinate alle didascalie, un fiume di parole che inonda di disprezzo quei disegni, li annichilisce e ne fa emergere la natura stupida e la celata arroganza, senza dimenticare di demolirne anche la funzione consolatoria. De Crécy si mette in discussione sulla carta, prende le sue illustrazioni e le smonta pezzo per pezzo, consegnandoci tra le mani un testo scritto che ha la forza di rendere quei disegni inutili e accessori, il bersaglio di una presa di coscienza autoriale che non lascia nessun superstite. Le immagini diventano finte, le parole vere. È fumetto questo, ma al contrario. Usa le immagini per metterci di fronte le bugie che ci raccontano mentre le parole ne fanno strage. Non c’è precisione chirurgica nel profluvio di parole dell’autore, parole che si perdono in mille rivoli e in mille cattiverie, solo la foga del macellatore che vuole smembrare il manzo per farlo diventare carne, i disegni per farli diventare menzogne, forse cerca anche di giustificare il suo ruolo autoriale in un lavoro su commissione? A Napoli ho visto un quadro. Sono al MADRE e c’è questa riproduzione kitsch di una di quelle cartoline anni Trenta del Vesuvio. Al lavoro me ne sono passate per le mani a centinaia, tutte buttate nel cestino che nessuno le vuole più. È un quadro di XXX. In pratica il comune di Napoli gli commissiona un dipinto in quanto studente a Napoli. Lui manda questa riproduzione con una lettera che, riassunta dice più o meno così: come faccio a raccontare Napoli se l’ho vissuta solo un paio di anni? Mi ricordo solo le botte dei poliziotti. Ciao e grazie. Sono gli stessi interrogativi di Diario di un fantasma risolti in maniera più tranchant e con meno compromessi con il committente. Il percorso non è identico ma simile a quello di De Crécy, così il risultato. Devo integrare assolutamente questo tassello nella recensione sul libro. Faccio una foto al quadro, una alla didascalia, una alla lettera. Scrivo che il mio telefono è una merda, ma in realtà è la mia organizzazione a fare schifo. Questa però è la scusa ufficiale: il mio telefono è una merda. Ha poca memoria, mi tocca sempre cancellare le cose superflue. È un’operazione che riesce bene solo agli invasati di quei metodi giapponesi per vivere con meno, io non riesco a selezionare gli oggetti e le cose, mi annoio. O butto tutto o tengo tutto. Butto tutto. Si salva solo la foto col quadro, quella con Giorgia davanti. Si salva perché l’avevo scattata col suo telefono e lei, che è invece organizzatissima, l’aveva salvata nel drive. Non mi servono le foto, c’è internet. Recupero le informazioni in dieci minuti, il quadro è di XXX e si intitola XXX. XXX perché chiaramente quelle informazioni non le ho appuntate da nessuna parte e quindi per completare questo pezzo devo rifare quella ricerca. Non trovo però il testo della lettera. È un peccato perché vorrei proprio inserirlo nel pezzo, ricordo delle frasi molto semplici e dirette che spiegherebbero un lato dell’anima di Diario di un Fantasma meglio di me. Devo provare a mandare una mail al MADRE, magari possono mandarmene una copia. Devo provare a leggere anche Visa Transit, un altro diario di viaggio di De Crécy uscito nel frattempo. Magari lì dentro troverei qualche altro frammento utile al racconto dell’altro libro. Devo mettermi lì e scrivere finché non chiudo il pezzo, i pensieri sono sempre una fregatura. Dovrei anche svuotare la lavatrice e mettermi a stendere. Leggere un nuovo fumetto. Passare l’aspirapolvere perché oggi è sabato, pulire il bagno. Quante sono le cose che mi distraggono dal mettermi a sedere e finire una volta per tutte la recensione di questo libro? Mi costringo a guardare altrove quando il mio sguardo vorrebbe posarsi per qualche ora ancora su Diario di un fantasma. Stai a vedere che negli anni non sei stato altro che il turista di questo libro. Certo, un turista seriale che in quelle pagine ci è tornato più volte, ma pur sempre un visitatore occasionale. Contin, sei il vecchio che ha passato gli ultimi trent’anni in vacanza a Pietra Ligure. Inutile che te lo nascondi. Pensi ormai che sia la tua città e invece no. Mai abbastanza concentrato sul libro per tirarci fuori una recensione vera, mai così pronto a metterti seduto a scriverla senza il trucchetto del flusso di coscienza. Ti ritrovi solo con una serie di appunti che a malapena puoi collegare tra loro e una serie di esperienze ed epifanie che si sono intersecate attorno al libro durante gli ultimi cinque anni. Tutto questo è diventato poco più che un aneddoto ormai. “Sai che sto scrivendo una recensione da cinque anni? Ahahah genio e sregolatezza”. È ora di finirla.